La Torino fordista e il lutto non elaborato

Quali scenari si aprono per la città di domani?

Uno studio di quattro sociologi urbani: o contrazione o apertura, in ogni caso sarà inevitabile l'integrazione con Milano

19Apr '19

La Torino fordista e il lutto non elaborato

Il 1982 – quando chiuse lo stabilimento del Lingotto, “tempio” storico della città fabbrica – è identificato come anno simbolo della fine della Torino fordista. Da lì in poi, sul destino della città si sono confrontate – e si confrontano tuttora – posizioni diverse.  Le “continuiste”, che ritengono la manifattura (rinnovata) una intramontabile “vocazione” torinese. E quelle di chi invece auspica una netta riconversione (verso il terziario avanzato, l’ICT, la finanza).

Nel volume Torino. Economia, governo e spazi urbani in una città in trasformazione, fresco di stampa per l’editore Rubbettino, io e tre colleghi sociologi urbani del Politecnico analizziamo la situazione. In particolare, i cambiamenti, spesso radicali, che il capoluogo piemontese ha vissuto negli ultimi decenni. E ci interroghiamo sulle prospettive per la città.  Daniela Ciaffi indaga politiche urbane e governance partecipativa. Silvia Crivello i cambiamenti del sistema culturale. Il sottoscritto i temi legati all’economia urbana. Alfredo Mela le trasformazioni urbanistiche e sociali.

Nel complesso – come ovvio, verrebbe da dire, quando si studia una città a 360 gradi – ne emerge un quadro variegato, con luci e ombre.

In primo luogo, Torino pare non aver ancora elaborato “il lutto” seguito al progressivo abbandono da parte del gruppo Fiat-Fca.

Perché? Il vuoto non è stato fin qui colmato da una vocazione alternativa, nonostante gli sforzi prodotti (tra l’altro, anche attraverso numerosi Piani strategici). Il turismo è sì cresciuto, ma partendo da livelli bassissimi. Il grande evento delle Olimpiadi del 2006 è stato abbastanza ben sfruttato sul piano dell’immagine, ma le sue eredità materiale e immateriale si sono spesso rivelate inferiori alle attese.

Negli anni, la città è diventata un attrattivo centro universitario – specie grazie al Politecnico – stentando però a offrire adeguate opportunità a chi si laurea qui.

Non mancano aziende terziarie di successo, anche di taglia rilevante. Eppure il loro impatto è ancora insufficiente a far di Torino una incubatrice di innovazione a tutto campo. Ciò che appare sempre più evidente è che il “motore” dello sviluppo nazionale si è progressivamente spostato altrove. Ovvero verso l’ampia fascia (la cui configurazione ricorda il numero 7) che va dall’area milanese al Nordest, a Bologna, a Firenze, giungendo per diversi aspetti fino a Roma.

In uno scenario del genere, quali sono gli scenari futuri oggi più accreditati per Torino?

Da un lato, per Torino potrebbe esserci il destino di una metropoli in contrazione (demografica, economica, di rilevo politico) che punta su poche vocazioni (come ICT, turismo culturale, enogastronomia). Dall’altro lato, quello di una città che si apre e rafforza le relazioni con centri italiani ed europei, anche grazie a un potenziamento delle reti infrastrutturali verso Ovest (Lione, Francia) e verso Est. In quest’ultima prospettiva, in particolare, l’integrazione con il sistema metropolitano milanese appare inevitabile. Ma puntando a far di Torino non un “satellite”, bensì integrando e valorizzando le sue “eccellenze” con quelle della capitale economica italiana.

Luca Davico (Torino, 1964) è sociologo urbano al Politecnico di Torino. Saggista, dal 2000 è curatore del «Rapporto Giorgio Rota» sulla città, un grandangolo annuale su Torino, le sue opportunità e le sue debolezze.

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