Torino anno 2040

Incontro a San Salvario con Paolo Verri, manager culturale e appassionato cittadino. Una conversazione sulla metropoli #futurabile: dal coraggio dei progetti alle scelte che portino le migliori risorse del territorio a guardare lontano.

Torino 2040: Paolo Verri
26Mar '21

Torino anno 2040

Torino anno 2040. Mi ha dato appuntamento davanti alla Casa del Quartiere di San Salvario, nel piccolo spazio verde dedicato a Natalia Ginzburg, proprio di fronte alla chiesa del Sacro Cuore di Maria e a poco più di 100 metri dal consolato del Marocco, dove una lunga fila ordinata e distanziata di uomini e donne attendeva di entrare. Questa è Torino: tante culture, storie, tradizioni che si incontrano a pochi metri di distanza l’una dall’altra.

Torino anno 2040. Ecco Paolo Verri. È uno dei più importanti manager della cultura d’Italia, abita in zona. L’ho raggiunto in bicicletta. Abbiamo parlato per mezz’ora delle difficoltà nelle quali versa Torino, delle sfide da lanciare, dell’impegno da mettere in campo. Partendo dalla cultura.

Già, perché Paolo Verri, vale la pena ricordarlo, è stato (tra le altre cose) direttore del Salone del Libro dal 1993 al 1996, di Torino Internazionale negli anni olimpici, di Matera Città Europea della Cultura 2019 e oggi è impegnato, per il Comune di Genova, nell’organizzazione dell’Ocean Race.

Torino 2040 e Torino 1880

Il suo rapporto con il capoluogo subalpino è intenso soprattutto quando il compianto Fiorenzo Alfieri, assessore alla Cultura della Giunta Castellani, lo chiamò per contribuire a stendere il primo “Piano strategico della città“. Altri tempi.

«Se penso alla Torino del 1880, quella era un città super coraggiosa – esordisce – attingeva a piene mani saperi da tutta Europa. Oggi siamo bloccati dalla paura. Abbiamo perso vent’anni sull’alta velocità e dieci sui modelli di sviluppo urbano. L’accelerazione avuta negli anni Novanta si è spenta nel 2008. Stavamo entrando nel XXI secolo, invece ci siamo fermati. Dobbiamo avere il coraggio di capire cosa abbiamo sbagliato sapendo che il passato non si recupera, quindi dobbiamo fare un salto in avanti e guardare al 2040».

C’è un luogo nel quale il futuro è già “presente” e sono le Università. «Lì si pensa, e quel pensiero va preso e portato fuori dalle aule. Non deve rimanere nella testa di alcune persone qualificate, ma deve diventare patrimonio di tutti i cittadini».

I cittadini. Se va bene sono scoraggiati. «Se i cittadini non hanno fiducia, le città non hanno sviluppo. La fiducia si ottiene facendo sapere che cosa Torino può dare a se stessa, all’Italia e all’Europa nei prossimi vent’anni».

Torino small, smart o extra-large?

Esiste un problema di dimensione e Paolo Verri lo ha scritto e detto più volte: Torino è un Comune piccolo e la sua divisione in dieci circoscrizioni anacronistica. Torino deve essere allargata agli altri 32 comuni dell’area metropolitana.

Forse la Legge 56 del 2014, meglio conosciuta come Legge Del Rio, non ha funzionato a dovere. “Lo dico con il massimo rispetto per la persona, ma quella legge è pessima. Ha mescolato aeree urbane e aree interne. Un errore. Si tratta di interessi distaccati che devono convergere in un secondo momenti. Il capoluogo deve trasformarsi in una Gran Torino. Che senso ha che ci siano dei bordi che delimitano Torino e Collegno, Torino e Settimo. Tutti queste realtà sono Torino. Non servono più, quindi, 32 sindaci, ma solo 4 grandi aree (Nord-Sud-Est e Ovest) con 4 vice-sindaci e un Sindaco coordinatore.”

C’è un elemento a sostegno di questa proposta. La manifattura, la produzione di beni non avviene a Torino, ma nell’aerea metropolitana. L’economia trainante non è nei confini del capoluogo ma fuori.

Però è anche vero che Matera è una città di 60 mila abitanti e Saluzzo, che si candida (con Verri) a capitale italiana della cultura per il 2024, ne ha 17 mila.

«Le dimensioni contano anche nel piccolo, e i progetti ambizioni funzionano se si parte dalla comunità e dalla volontà di fare rete. Per di più ho incontrato due sindaci che hanno anteposto al loro ego politico, le idee, le opinioni e le opportunità. Si sono messi al servizio della candidatura, senza condizionale».

Il Sindaco, quindi, conta e a Torino, Covid19 permettendo, in autunno si voterà per eleggere il successore di Chiara Appendino. Qual è l’identikit del “sindaco ideale” per Paolo Verri?

Il sindaco ideale? Una squadra

«Mi piacerebbe che il Sindaco di Torino non fosse una persona, ma una squadra – incalza Paolo Verri –. Mi piacerebbe che a capo di questa squadra ci fosse di nuovo una donna, anche se, secondo me la Sindaca Appendino non ha lavorato bene. Non è entrata in sintonia con la città, è rimasta imbrigliata nelle logiche sterili di una maggioranza litigiosa e poco disponibile a guardare al futuro. Hanno proposto un’idea di Torino più simile a Carmagnola che a Lione, Stoccarda, Colonia o Marsiglia, città  che sono capitali regionali, ma che si sentono europee. Torino è stata ridimensionata, adesso serve un Sindaco-regista che metta insieme persone con competenze, culture, stimoli diversi. Non deve essere qualcuno che rappresenta un pezzo della città, ma qualcuno che la conosce così bene da immaginare il suo destino nel 2040 e chiamare, come hanno fatto Fiorenzo Alfieri o Valentino Castellani, da tutta Europa menti brillanti a lavorare per Torino».

L’eredità di Fiorenzo Alfieri

Gli chiedo un ricordo di Fiorenzo Alfieri, morto qualche mese fa. Erano ormai amici fraterni. Sul Corriere di Torino ne ha tracciato un ritratto intenso. «A lui devo il metodo di lavoro. La sua agenda del giorno non si chiudeva fino a quando non aveva dato risposta a tutti. Al mattino non si ripartiva se c’erano sospesi del giorno precedente, e non c’erano. Soprattutto aveva idee chiare, contatti internazionali, autorevolezza, voglia di ascoltare e capire. Ha costruito un modello di città che fosse educativa, internazionale e aperta a tutti. In una parola, Fiorenzo Alfieri era un burocrate creativo, per lui l’amministrazione era volano e non ostacolo allo sviluppo».

Ci salutiamo, lui si avvia verso casa e io rimonto in sella alla mia bicicletta. Due pedalate e non posso far altro che chiedermi cosa cambierebbe, per chi lavora nel mondo della produzione culturale, se ogni amministrazione locale avesse il suo Paolo Verri.

 

 

 

 

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