«Non volevo solo gestire un’impresa. Desideravo creare qualcosa di mio e utile»

Arianna Ortelli, 25 anni, torinese, ceo e co-founder di Novis, racconta la voglia di costruire un'azienda da zero e di promuovere tecnologie e prodotti utili alla vita delle persone

Non volevo solo gestire un'impresa, dice Arianna Ortelli
12Mar '21

«Non volevo solo gestire un’impresa. Desideravo creare qualcosa di mio e utile»

«Non volevo solo gestire un’impresa. Desideravo creare qualcosa di mio, dal niente”. Arianna Ortelli, torinese, 25 anni, ha sempre avuto le idee chiare, determinata a darsi un’opportunità diversa. Si confronta con questa attitudine fin da bambina, nello sport. Gran tifosa di Torino FC, gioca a calcio (ancora a oggi a livello amatoriale), e ama fare squadra, stare con gli altri. Ovvero alzare l’asticella dell’obiettivo, mettersi in gioco, scoprire il proprio potenziale e rischiare. Inevitabile che questa “fame”, terminati gli studi, si riversi anche nelle scelte professionali. Da poco meno di due anni, Arianna, è ceo e co-founder della startup Novis: si occupa della parte gestionale, dello sviluppo: dal business al team.

«Non volevo solo gestire un’impresa…»

Futurabile l’ha incontrata per dare voce all’imprenditoria femminile giovanile. Giovani donne che hanno iniziato a fare impresa “dal niente” – da un’idea, da un sogno – e che sono purtroppo ancora poco significative in termini percentuali nelle statistiche economiche del Piemonte e del Paese.

Non è un caso che il Gruppo Giovani Imprenditori di Torino, per far crescere le donne nel mondo del lavoro, abbia promosso quest’anno il ciclo di incontri #Finance4Women.

Una piattaforma di gaming per la disabilità visiva

Di che cosa si occupa Novis, l’azienda di cui è ceo e co-founder?

Ho costituito Novis nel 2019, a 23 anni, insieme a Dario Codispoti. Stiamo sviluppando una piattaforma di gaming accessibile a persone non vedenti o ipovedenti per permettere a quanti hanno una disabilità visiva di giocare in modo completo e autonomo insieme agli altri. La piattaforma consente di giocare senza interfaccia video. Non si guarda più lo schermo della televisione o del cellulare ma si usano il suono e il tatto: il suono 3D spaziale e le vibrazioni permettono di interagire con i giochi. Il primo prodotto che abbiamo sviluppato è un joystick che si connette al telefono.

In quale maniera funziona?

È una sorta di Wii Sport. Attraverso il tracciamento dei movimenti del braccio e della mano vengono restituite delle vibrazioni e il suono trasmette l’ambientazione spaziale. Lanceremo il prodotto a giugno 2021 e l’obiettivo è renderlo da subito facilmente utilizzabile, da tutti. Per questo, nella prima versione, oltre che con il joystick, sarà possibile giocare anche con il cellulare, proprio come un controller.

Come si accede alla piattaforma?

Scaricando l’applicazione Novis. All’interno saranno disponibili i giochi e una particolare funzione per gli sviluppatori. Proprio per rendere i giochi il più possibile accessibili, e avere in catalogo più titoli, abbiamo creato un sistema aperto: lo sviluppatore può scaricare l’applicazione, utilizzare il nostro linguaggio di sviluppo e creare giochi con i nostri standard, restando in contatto con la community. Nelle prossime settimane, infatti, daremo la possibilità a sviluppatori e utenti di iniziare a parlarsi: quanti già ci seguono e le associazioni potranno contattare, o essere contattate dagli sviluppatori, che stanno ‘salendo a bordo del nostro team’ e creare insieme nuovi giochi e contenuti per far crescere l’ecosistema.

«Non volevo solo gestire un’impresa». E lancia una startup a 23 anni

È veramente un bel progetto: alta tecnologia e finalità sociale. Ma come si arriva a pensare tutto questo a 23 anni?

Per differenti dinamiche che si sono innescate nel momento giusto e con le persone giuste. La prima è sicuramente la mia grande passione per lo sport: gioco a calcio da quando avevo 11 anni. I ricordi più belli sono legati allo stare insieme agli altri, giocando. Poi ho incontrato Dario (co-founder, ndr) e abbiamo condiviso il desiderio di trovare un modo nuovo di giocare, basato sui sensi. Abbiamo capito che, escludendo lo schermo, anche un non vedente poteva divertirsi. Siamo andati alla sede torinese dell’Uici, Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, e abbiamo compreso il potenziale straordinario di questa idea. Era l’inizio del 2018. Avevo appena 22 anni…

Riavvolgiamo il nastro: da dove è iniziata la sua voglia di fare impresa?

Al liceo Classico, all’Alfieri. Ho capito che non mi bastava studiare, avevo bisogno di fare qualcosa di mio. L’ultimo anno ha segnato il punto di rottura: mi sono candidata a rappresentante di istituto, ho organizzato eventi, mi sono lanciata con il paracadute, sono andata in Calabria in un villaggio turistico a occuparmi di sport. È stato bellissimo. Dopo la maturità ho vissuto sei mesi di incertezze: volevo fare mille cose, ma non avevo un obiettivo preciso. Mi sono iscritta a Economia Aziendale – successivamente a Business Administration – perché pensavo che quella scelta poteva offrirmi un’occasione. E così è stato.

La svolta al bootcamp della Sei

Ma non è accaduto tutto subito…

No, i primi due anni di università non li ho vissuti bene, c’erano troppe poche connessioni, tante materie ma poco approfondite. Fino a quanto, al terzo anno, mi sono iscritta al percorso Start Up: eravamo solo 15. Negli altri corsi erano in 50. È stata la svolta: corsi di innovazione, business plan… Nel marzo del 2018 prima di laurearmi e di iniziare la Magistrale, ho partecipato a un bootcamp di tre mesi per la prototipazione alla Sei, School of Entrepreneurship & Innovation, della Fondazione Agnelli. È stata la mia  prima esperienza formativa legata all’imprenditoria. Ho steso il business plan della futura Novis.

Le nuove generazioni e il desiderio di fare impresa

Come ha detto più volte: non le bastava gestire un’impresa…

È così. Ho avuto sempre molto forte il desiderio di costruire qualcosa di mio, dal niente. Faticavo a vedermi in altri posti. Temevo la monotonia che mi avrebbe portato, tra dieci anni, a fare la stessa cosa. Avevo un sogno: poter avere, anche nel mio piccolo, un impatto importante sulla vita delle persone e sulla mia. Volevo sentirmi utile. E ora tutto questo si sta realizzando con Novis.

E tra i suoi coetanei percepisce questo stesso desiderio di fare impresa?

Poco e mi dispiace. Ho vissuto in primi anni di università con un certo disagio perché mi aspettavo un ambiente più dinamico. Pensavo di incontrare persone che, con me, condividessero la stessa voglia di mettersi in gioco. Ricordo quando un professore di Economia chiese a un’aula di 500 studenti chi avrebbe voluto  diventare imprenditore… Solo in cinque abbiamo alzato la mano. In quel momento mi sono sentita diversa, quasi in colpa. Addirittura presuntuosa di voler fare qualcosa di mio.

Arianna Ortelli Ceo e Co-Founder Novis

È fantastico circondarsi di persone che hanno più «fame» di te

Negli anni successivi ha capito perché 495 mani sono rimaste abbassate in un quell’aula di Economia?

Perché in molti ambienti non si viene motivati a credere nelle proprie potenzialità. Io invece ho avuto la fortuna, fin da piccola, di avere accanto persone che credevano in me, che non mi ponevano un limite. Mi hanno sempre spinto a credere nei miei sogni. Poi ci pensa la vita, come è naturale, a farti capire quello che riesci a fare e quello che non riesci a fare. Tutta un’altra cosa invece alla SEI o a Talent Garden dove lavoro: sono circondata da persone super motivate che hanno voglia di fare. E questa è la cosa più bella: circondarsi di persone che hanno più fame di te, più voglia di mettersi in gioco.

Quanto ha portato in azienda della sua esperienza sportiva?

Moltissimo, tutto. La sfida e la forza del team. Credo davvero che il potenziale delle aziende siano le persone, non tanto le idee. La nostra idea è bellissima, certo, io ne sono follemente innamorata. Ma la cosa più bella è il gruppo che è nato. Abbiamo iniziato io e Dario e oggi siamo un team di quattro ragazzi, super uniti. Cerchiamo sempre di motivarci, di evidenziare cosa è andato male e cosa può andare meglio. Ed è questa sinergia che si crea con le persone che accende la fiamma che permette di lavorare bene insieme.

La «cifra» femminile

Ritorniamo al desiderio di fare impresa: perché è ancora difficile trovare giovani donne che avviano un’azienda propria?

Credo che molti limiti siano solo nelle teste delle persone, nel pregiudizio. Io lo combatto da quando ero bambina: giocavo a calcio contro i maschietti ma non mi sono mai fatta problemi. E se arrivava una battuta antipatica, ci ridevo sopra.

E poi?

La voce che nella nostra testa dice «Non ce la puoi fare» è molto forte. Bisogna ascoltarla e lasciare che questi pensieri ci condizionino, ci porta a credere che una ragazza abbia meno possibilità di fare impresa o di ricoprire ruoli importanti rispetto a un ragazzo. Noi ragazze dobbiamo credere di più nelle nostre capacità e la società deve cambiare. Per fortuna oggi i numeri parlano chiaro e sono noti a tutti. Non si può più negare che esiste un problema. È uno spreco di potenziale enorme.

«Spero di assumere in futuro tante ragazze come me»

Nella sua azienda però siete una donna e tre uomini…

È casuale. Sul fronte programmatori, purtroppo, questa è la realtà: avrei voluto tantissimo  una programmatrice donna, anche se Alessandro è splendido, ma a Torino non l’ho trovata. E, in generale, è più difficile trovare ragazze che abbiano voglia di rischiare. Spero di essere stata sfortunata io e di poter assumere in futuro tante ragazze preparate.

Come si avvia un’impresa a 23 anni?

Devo dire la verità: siamo stati seguiti tantissimo dal team di esperti della SEI, professionisti già operativi nel mondo dell’impresa e delle tecnologie. Partecipavamo a lezioni frontali con mentor che, insieme a noi, ragionavano sull’idea, sulle opportunità, sui numeri, sul mercato. Abbiamo avuto l’enorme fortuna di poter realizzare un progetto che inizialmente era solo formativo e che poi si è trasformato in impresa. Soprattutto all’inizio, se non avessimo avuto a fianco questi mentor, non ce l’avremmo fatta. Per me è stato bellissimo mettere in pratica quello che avevo studiato. Era quello che mi era mancato al liceo e all’università: studiare ma non vedere il risultato di quello che stavo facendo. E invece alla SEI potevo farlo: potevo confrontarmi con persone competenti, capire i funzionamenti, immaginare realmente un prodotto e il suo lancio sul mercato. Tutto questo ha acceso in me una incredibile voglia di fare.

Non saranno mancate le difficoltà…

Assolutamente no. A partire dallo stress e dalla gestione del tempo. Io poi tendevo a centralizzare e ho lavorato a lungo su me stessa per riuscire a delegare. Alla fine ho capito quanto è importante, in una squadra, dividere bene i compiti. Poi le difficoltà burocratiche, tantissime… Costituire la società è  stato molto travagliato. Così come capire come lavorare con il commercialista, con il consulente del lavoro… Capire che nell’operatività della giornata non si possono dedicare cinque ore a questioni amministrative perché si deve fare altro: cercare contatti, parlare con le persone. Questa parte del lavoro è stata difficile e snervante. Ancora adesso è così.

Tra soddisfazioni e responsabilità

Che cosa le sta insegnando questa esperienza?

È stato difficile essere molto esposta: fin dall’inizio sono sempre stata il volto della start up. Significa caricarsi di tante soddisfazioni ma avere anche maggiori responsabilità quando le cose non vanno bene. A fine giornata, se qualcosa è andato storto, sono io che devo fare i conti con gli altri, con me stessa, con il team. Ma è una responsabilità che vale la pena prendersi se si crede veramente nel progetto. Ed è anche giusto essere posta di fronte agli errori e migliorarsi. Anzi, è l’insegnamento più importante: è proprio dalle situazioni più brutte che abbiamo capito cosa non andava: abbiamo ricevuto  tantissimi no da investitori e aziende, soprattutto all’inizio. Ma questo non ci ha fermato. Anzi, ci ha permesso di correggere il tiro e migliorare il progetto. Se abbiamo costruito qualcosa di importante è perché non ci siamo demotivati quando abbiamo ricevuto i  no. Bisogna crederci sempre. Anche quando le cose possono andare male.

Un messaggio alle sue coetanee che magari «vorrebbero ma non tentano»?

Vorrei sapessero che quella voce nella testa ce l’abbiamo tutti. Ce l’avevo anch’io e tante volte ce l’ho ancora. Mi ripeto: «Sono giovanissima, non ho possibilità economiche, non ce la posso fare…». E invece è proprio quando abbiamo davanti qualcosa che desideriamo tanto che non dobbiamo scoraggiarci. Proprio perché è difficile, lo voglio fare. Se poi non funziona, ci saranno altre opportunità. Ma te le devi creare tu. Consiglio sempre, anche a me stessa e al team, di andare dietro alle piccole cose impossibili perché sono quelle che ti danno la soddisfazione più grande e ti spingono a superare i tuoi limiti. Ma bisogna fare quello che piace veramente, che ci rende felice. Perché se fai qualcosa che non ti motiva, non ti sprona, che non è nelle tue corde o che non vuoi fare, non ci riuscirai mai. Ma quando ci sono passione, voglia e persone giuste che credono in te, e in cui tu credi, allora non ci sono scuse che tengano.

«Mi motiva non sapere che cosa farò tra dieci anni»

A giugno lancerete Blind Console… ma tra dieci anni dove s’immagina?

Oggi siamo solo all’inizio di quello che, spero, sarà un giorno qualcosa di più grande. Al di là di Novis, per me è importante lanciare un messaggio di fiducia negli altri: poter credere nelle altre persone e nelle proprie possibilità. Come azienda abbiamo un’anima sociale importante e chiara la convinzione che chiunque deve avere le stesse possibilità: di divertirsi ma anche di fare impresa. Il mio sogno è portare questo messaggio fuori dalla realtà di Torino ed esportarlo in altre città, in altri stati, rendendolo prima possibile universale. Far capire che, per quanto nel piccolo, si possono cambiare le cose. Novis è solo il primo step. Le parole, la voce, il suono stanno assumendo sempre più importanza rispetto al video. Lo vediamo con Alexa, GoogleHome, Clubhouse… La tecnologia Novis può essere applicata a molti ambiti: sta a noi capire come potrà essere utilizzata anche in ambito riabilitativo, educativo. Il vero limite saranno solo le idee delle persone che ne svilupperanno i contenuti.

Non mi ha detto dove s’immagina…

Sa che non lo so? Non mi vedo proprio tra dieci anni. E mi piace l’idea di non sapere. Perché è questo che mi ha motivato, sempre. Se sapessi già dove sarò tra dieci anni probabilmente non mi sentirei a mio agio. E questo è anche il bello di Novis e delle start up: ogni giorno affrontiamo una cosa diversa. Quando forse non ci sarà più questo stimolo, allora forse ci sarà un altro progetto. Ci sarà sempre il mio team o un altro gruppo. E questo ci permetterà di andare sempre avanti finché non saremo contenti di quello che avremo realizzato.

 

Quello che invece Futurabile può già anticipare è che Arianna Ortelli è stata scelta dal Gruppo Giovani Imprenditori come testimonial dell’evento annuale in programma il 6 maggio 2021. Tema dell’incontro: la Creatività.

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