Silvio Angori, l’ad di Pininfarina racconta il suo impegno da editore

Il top manager e «L'Indice dei libri»

«Adesso dobbiamo aprirci alla sfida del digitale»

30Giu '19

Silvio Angori, l’ad di Pininfarina racconta il suo impegno da editore

È una pausa letteraria quella che ci siamo presi con Silvio Angori, amministratore delegato di Pininfarina. Eccoci nel quartier generale di Cambiano, accolti dalla bellezza del design che ha fatto la storia internazionale dell’auto e non solo. Bellezza, imprenditoria e cultura sotto la lente accolti nell’ufficio dove lavorava abitualmente il senatore Sergio Pininfarina.

Silvio Angori e la sfida della cultura

Silvio Angori è da poco editore e presidente della rivista letteraria L’Indice dei Libri del Mese. Lo storico foglio nato nel 1984 da Cesare Cases, Gianni Rondolino e Giacomo Migone ha accolto nel tempo le migliori firme italiane. Da Norberto Bobbio a Claudio Magris, da Carlo Ginzburg a Giorgio Napolitano. Oltre 40 mila recensioni di libri. Un patrimonio storico immenso. Una esperienza da non disperdere.

Eppure, si sa, il cammino della cultura – e la sua promozione – è lastricato di tante buone intenzioni ma di difficili equilibri tra costi e ricavi. Nel caso de L’Indice di un consuntivo sempre tirato tra abbonamenti, copie vendute in edicola, costi di gestione. L’avvicinamento di Angori al mensile era iniziato già nel 2015 quando offrì il suo sostegno agli amici del consiglio di amministrazione. Poi, con la scomparsa di Mimmo Càndito nel 2018, che l’aveva guidata per 17 anni, ha aperto un ulteriore momento di transizione nella storia del magazine. C’era bisogno di un cambio di passo. E così, a inizio 2019, Silvio Angori è diventato editore e presidente della rivista.

Angori, da lettore a editore

Silvio Angori s’intende di bilanci, ma anche di libri.  Dalla storia alla fisica, dalla filosofia alla letteratura. «Leggo tantissimo, di tutto, soprattutto di notte per ottimizzare il tempo che è sempre poco», racconta il ceo di Pininfarina. «In tutti questi anni mi sono sempre nutrito de L’Indice: ha veramente contribuito alla mia formazione. Perché se come dice Feuerbach, “l’uomo è ciò che mangia”, io aggiungo che “l’uomo è ciò che legge”».

Da lettore a editore, un passo quasi naturale. Anche per dimostrare – da uomo di business – che si può rendere economicamente sostenibile un’impresa culturale. Spiega Silvio Angori: «L’Indice non è nata per fare profitti ma deve farli per poterli reinvestire e guardare al futuro. Qualsiasi impresa deve potersi sostenere senza il bisogno di sovvenzioni esterne. Perché è questo che ne determina validità e valenza. Continuando sempre ad essere un punto di riferimento importante per la società».

Il modello: The New York Review of Books

Il modello di riferimento è la rivista americana The New York Review of Books. Ma che cosa accomuna le due esperienze letterarie? «L’Indice è quasi una rivista da meditazione: obbliga a fermarsi, a riflettere. E non potrebbe essere altrimenti con articoli lunghissimi, fino a 14 mila battute. Una proposta di lettura in assoluta controtendenza per permettere il formarsi di una opinione il più ampia possibile su qualsiasi argomento trattato. Nel panorama delle riviste letterarie italiane, ha poi un’ulteriore peculiarità, direi unica: è indipendente. Né si recensiscono libri per stroncarli. Ecco, credo che questi siano tutti elementi che ci rendono molto simili e in sintonia con la celebre rivista americana. Adesso ci viene richiesto un ulteriore investimento che vede ben posizionata la New York Review of Books: l’espansione sul digitale».

Il prossimo step è far coesistere carta e web: due approcci molto differenti. Ma Angori non ha dubbi sul futuro: «Sono convinto che la rivista di carta avrà sempre un ruolo. Poche cose potranno un giorno sostituire la fisicità del contatto con un oggetto. Le emozioni che questo gesto trasmette non sono replicabili. Sono solo espresse in modo differente nel mondo virtuale. È a questo che dobbiamo puntare. L’online sarà altrettanto importante, ma non sostituirà mai la carta. Non dobbiamo pensarlo come qualcosa di antitetico: è solo il volto di un mondo differente. E risulterà vincente chi sarà in grado di unire questi due universi».

La cultura può diventare un business sostenibile

Uno sforzo ulteriore non facile in un’epoca che non lascia molto spazio alla cultura. Dove è difficile trovare risorse per garantirle ossigeno. «Eppure la cultura, al pari della ricerca e dell’istruzione – conclude l’editore de L’Indice – sono indispensabili per costruire un futuro sostenibile a lungo termine. Senza questo volano il futuro non è garantito». La rivista, che ha il suo quartiere generale a Torino, continua a credere all’importanza di questo volano. Non solo uscendo puntuale, in edicola, tutti i mesi grazie anche ad una “redazione” allargata di centinaia di contributor,  ma non smettendo di lanciare nuove iniziative. In ultima analisi, nuove speranze. Come Il Mignolo, il supplemento dedicato ai libri per bambini e ragazzi che nasce dall’incontro tra chi ha scritto in questi anni su L’Indice e il collettivo Libri Calzelunge. Uscirà quattro volte all’anno: a marzo, ottobre, giugno e settembre. Perché non si cresce se non insieme alle future generazioni. Ai Futurabili di domani.

Carla De Meo (Treviso, 1966), giornalista professionista, contributor La 7, è nel network di Spazi Inclusi. Ha lavorato al Gazzettino, Antenna Tre e nel sistema camerale del Veneto.

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