Marella Agnelli, ci sentiamo di nuovo un po’ orfani

A Torino, e in Italia, malinconia e smarrimento. Come quando morì l'avvocato. Perché?

Il bisogno di modelli e la necessità di rappresentare un Paese meno becero

Marella Agnelli
24Feb '19

Marella Agnelli, ci sentiamo di nuovo un po’ orfani

Ci sentiamo di nuovo un po’ orfani. È il sentiment che noi torinesi, e forse non soltanto noi, stiamo provando all’indomani della scomparsa di Marella Agnelli. Pochi ne parlano, eppure è molto vero. Sottile. Quando era mancato l’Avvocato, il 25 gennaio 2003, La Stampa presentava l’editoriale dell’allora direttore Marcello Sorgi e di Norberto Bobbio. E raccontava, più ancora di altri media, l’Italia semplice e concreta in lutto, scossa. Come dimostrò – ricordate? – l’interminabile fila per rendere omaggio al patron della Fiat.

In questo nuovo secolo, donna Marella Agnelli – the last swan, “ultimo cigno” e icona del Novecento – ha dovuto immergersi con nobile discrezione in dolori intensi.

La tragica fine del figlio Edoardo nel 2000, la morte del marito Giovanni nel 2003, le vicende faticose legate all’eredità con la figlia Margherita.

Eppure, Marella Caracciolo Agnelli era sempre lì.

Elegante e discreta: arte, design, la passione per i giardini, il legame con l’associazione Mamre di suor Giuliana Galli del Cottolengo. La consapevolezza di un ruolo, la sobrietà dello stile. Noblesse oblige, d’accordo: era una Caracciolo di Castagneto, famiglia originaria di Napoli, cresciuta a Firenze e poi predestinata alla élite, al jet set internazionale.

Eppure, non è banale dire che ci sentiamo di nuovo un po’ orfani.

Non è soltanto perché con donna Marella se ne va un pezzo di Novecento. Pensiamo a questi ultimi vent’anni, da quando se n’è andato Edoardo Agnelli. Per la velocità del cambiamento, è come se valessero doppio. La Fiat non era neanche più la pallida idea della Fca di adesso. Dal 2000 a oggi è cambiato il mondo: presidente Usa era Bill Clinton, non si parlava ancora di Obama, figurarsi di Trump. A Palazzo Chigi si stavano avvicendando Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Grillo veniva pagato per le convention aziendali e a Torino erano state assegnati le Olimpiadi invernali del 2006 neppure un anno prima.

Monarchici, in fondo? Sognatori? No. Provate a guardare sui social in queste ore. Parlano di lei, regina elegante e discreta, icona di raffinatezza e compostezza. Fotografie, ricordi. Nostalgia. Ecco, sì: la morte lascia sempre un po’ più soli, ma in questo caso c’è nostalgia, senso di vuoto. Non per un passato che certo non può ritornare – e al futuro bisogna guardare -, ma per un presente che rischia di essere becero e privo di umanità.

Marella e Giovanni Agnelli

Servono punti di riferimento, anche ideali, belli. Per dire al mondo che il nostro Paese, e la nostra Italia, non sono volgari, infelici, corte di pensiero, senza prospettiva. I modelli, anche nell’alta aristocrazia, sono preziosi per dare il senso di una civiltà illuminata. Che è poi la compostezza semplice di Villar Perosa, piccola comunità che proclama il lutto cittadino e custodisce la riservatezza delle esequie di donna Marella.

Malinconia, nostalgia. Ma sussulto e orgoglio per il futuro.

Molto interessante che venga ripresa tanti la citazione che donna Marella amava ripetere di Russel Page: «Occorre saper essere il servitore di qualche cosa di più alto. Altrimenti si diventa schiavi di tutto ciò che c’è di più basso».

Torino e l’Italia meritano qualcosa di più alto e futurabile.

Francesco Antonioli (Torino, 1963), è giornalista professionista. Ha lavorato per varie testate, dall’Ansa all’Avvenire, da Raidue al Sole 24 Ore (in caporedazione centrale fino al marzo 2018). Adesso è da Torino contributor sui temi economici per Repubblica. Scrive per Torino Sette (La Stampa) e L’indice dei libri del mese. Autore Piemme-Mondadori (tra i suoi ultimi libri “Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere”, una conversazione con Andrea Illy, Piemme 2018), è general manager di Spazi Inclusi e project leader di “Futurabile”.

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