Torino potrà essere una smart city?

Provocazioni subalpine su un termine ormai abusato

È smart city una comunità corresponsabile, ma lo è ancora di più una classe dirigente che sa guardare lontano.

Smart City
27Nov '18

Torino potrà essere una smart city?

Smart city, smart building, smart mobility, smart work. La parola riecheggia all’infinito. Risuona. Spicca sulle locandine di incontri, eventi e convegni. S’insinua negli articoli di giornali, apre le trasmissioni televisive e crea dibattito e riflessione fra addetti e non addetti ai lavori. Viene ripetuta come un mantra da politici, ricercatori, esperti di ogni settore. Ritorna – slogan quasi ossessivo – dal Nord al Sud dell’Italia, anche in contesti in cui il concetto è così lontano da essere appannaggio di un mondo completamente virtuale.

Dire che il futuro degli uomini dovrà essere smart è un po’ come affermare che il Pianeta Terra – se vorrà sopravvivere – dovrà essere sostenibile.

Così evidente, così lapalissiano. Scontato, in buona sostanza, da non avere più l’appeal della novità.

Possiamo davvero immaginare una città o un territorio che non investa nel potere della sua intelligenza? Che non scommetta nel rendere più facile, veloce, flessibile e accessibile la vita dei propri abitanti?

Il vero passo in avanti, tuttavia, consiste nel mettere a fuoco che cosa s’intenda con il termine smart city. Ed è molto di più della semplice sostituzione dei sistemi di illuminazione pubblica con luci a led. Va ben oltre alla affermazione dei mezzi in condivisione o all’uso di una app per prenotare cene o pasti a domicilio.

Fra le tante definizioni che mi è capitato di sentire di recente, mi ha colpito quella di Stefano Franco, urbanista e ceo della start-up U.lab, società specializzata nei processi di riqualificazione urbana, parte del gruppo United Risk: 

«Una città può definirsi smart city quando garantisce la qualità complessiva del proprio ambiente di vita».

Non è un questione di pura e semplice tecnologia. Ma è il buon governo della tecnologia stessa, messa a sistema perché l’uomo possa trarne vantaggio. 

Che si tratti di mobilità, risparmio energetico, gestione e reimpiego di un bene fisico, tutela dell’ordine pubblico o erogazione di un servizio, ciò che fa la differenza – secondo questa prospettiva – è la capacità di impiegare l’innovazione e l’evoluzione del mercato tecnologico per dare risposte rapide ed efficaci alla persona. Che chiede sempre di più di vivere in un contesto attento alla tutela della salute (psichica e fisica); ricco di stimoli e sicuro. Smart, per esempio, è l’edificio che usa le proprie caratteristiche fisiche o le dotazioni impiantistiche per rispondere ai bisogni materiali o immateriali di chi lo abita.

Smart city è la città che governa i propri spazi, usando anche le risorse virtuali e digitali per determinare le ricadute reali. Che sa indovinare i bisogni di mobilità, individuale e collettiva.

La smart city mette in gioco l’esubero del patrimonio immobiliare costruito per assecondarne il riuso in funzione delle necessità (anche mutevoli e puntuali) degli abitanti. Che presidia e contrasta fenomeni di degrado e criminalità, programmando le proprie attività anche tramite il web o i social. Che sa, insomma, utilizzare la tecnologia per accelerare quelle risposte che l’urbanistica – con i mezzi e i tempi della concertazione definiti dalle procedure di legge – non è più in grado di dare.

È smart city una comunità corresponsabile, lo è ancora di più una classe dirigente che sa guardare lontano. Ecco, a questo punto dobbiamo assolutamente chiederci: Torino è o non è, ma soprattutto, sarà o non sarà una città smart? 

Maria Chiara Voci (Torino 1973) giornalista professionista, da 15 anni si occupa di edilizia, architettura e urbanistica, energia, trasporti, casa e condominio. Appassionata (e affascinata) dall’evoluzione del settore e dalle opportunità di crescita e sviluppo della filiera, dal 2004 collabora con Il Sole 24 Ore e in particolare con le testate dedicate alla casa e alle infrastrutture. Nel 2013 ha fondato a Torino il service giornalistico Spazi Inclusi, che raggruppa in network un team di colleghi e professionisti della comunicazione e sviluppa contenuti multimediali per l’editoria.

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