Sperimentiamo a Torino l’Impresa “ibrida”?

The impact imperative

Molti fattori esercitano una pressione fortissima sul modo di fare impresa e finanza: sfide sociali emergenti e diseguaglianze, arretramento delle politiche di welfare pubblico, un cambiamento strutturale nel sistema dei valori, in particolare dei millennials, ma soprattutto la percezione di quanto immediato e alto sia il prezzo da pagare per la non sostenibilità.

18Nov '18

Sperimentiamo a Torino l’Impresa “ibrida”?

Primo punto: c’è una profondissima trasformazione in corso, quasi una rivoluzione, nel modo di fare impresa e investimenti finanziari; e al centro di questa trasformazione c’è quello che molti cominciano a chiamare the impact imperative.
Secondo punto: io credo che Torino abbia tutte le carte in ordine per candidarsi a essere un ottimo laboratorio per questa trasformazione, per una volta esplorando una vocazione strategica in anticipo e non a giochi fatti.

Molti fattori esercitano una pressione fortissima sul modo di fare impresa e finanza: sfide sociali emergenti e diseguaglianze, arretramento delle politiche di welfare pubblico, un cambiamento strutturale nel sistema dei valori, in particolare dei millennials, ma soprattutto la percezione di quanto immediato e alto sia il prezzo da pagare per la non sostenibilità.

Inoltre, abbiamo riposto nella cosiddetta Economia della Conoscenza grandi aspettative per una nuova stagione di crescita, prosperità ed eguaglianza. Molte evidenze dimostrano invece che l’Economia della Conoscenza ha creato concentrazione e densità di conoscenza, ricchezza e opportunità in pochissimi luoghi e in altrettanto pochi segmenti della società, desertificando ciò che da tali polarità è rimasto escluso.

Imprese e finanza di fronte alla non sostenibilità

Quindi, vi è un enorme problema di non sostenibilità e di diseguaglianza a cui l’impresa e la finanza sono chiamate a trovare risposte. La crescente centralità dell’impatto sociale nel discorso d’impresa sta a dimostrare che questo sta cominciando a succedere. La tendenza è quella di superare la nozione di responsabilità sociale d’impresa come pratica laterale, marginale e “rendicontativa” per sperimentare modelli nei quali l’impatto sociale è parte integrante e inscindibile della strategia d’impresa, intenzionale e anticipativo. Ciò significa anche, per non eludere la questione più concreta e spinosa, la disponibilità ad accettare pratiche di ricerca di impatto sociale che entrino potenzialmente in conflitto con logiche assolute di redditività e profitto.

D’altra parte, osserviamo nella parte più imprenditoriale del terzo settore trasformazioni altrettanto profonde, che possono essere lette come risposte alle stesse sfide. Se da un lato l’impresa profit adatta la sua missione, la sua governance e i propri modelli gestionali per inserirsi organicamente nelle nuove traiettorie imposte dal paradigma della sostenibilità, dall’altro – simmetricamente – l’impresa del terzo settore si struttura managerialmente, diventa intensiva di tecnologia e competenza e trasforma modelli intensivi di lavoro in altri intensivi di capitale. In una parola: si trasforma da agente di redistribuzione del valore a forza creatrice di valore anche economico e come tale legittimamente attendendosi di essere accolta nel perimetro delle politiche industriali.

Verso un nuovo modello di impresa

La Torino che sa innovare

Forse proprio alla convergenza tra questi due processi evolutivi comincia a prendere forma quello che oggi è ancora un’astrazione, ma che potrebbe diventare il modello di impresa ibrida del futuro, l’impresa che integra perfettamente la dimensione di profitto con quella di impatto sociale e che risponde a quello che abbiamo chiamato impact imperative. La mia tesi è che il sostegno a tali processi evolutivi, creando ecosistemi locali nei quali le imprese e gli investitori trovino le migliori condizioni possibili per sperimentare nuovi modelli, rappresenti un’opzione di politica di sviluppo locale di grande interesse. Torino è un luogo particolarmente adatto per fare tutto ciò.

Torino è una città nella quale sono compresenti le risorse necessarie per intercettare questo cambio di paradigma e farne un’opportunità: un robusto sistema di competenze scientifiche e tecnologiche, un terzo settore che coniuga una consolidata vocazione sociale civile e religiosa con significative capacità imprenditoriali, un sistema industriale ancora fortemente caratterizzato dal saper fare e profondamente radicato nella società, la presenza di un sistema finanziario unico rispetto alla capacità di orientare gli investimenti alla missione di impatto sociale, insieme naturalmente a una scala media adatta alla sperimentazione e a un quadro amministrativo e istituzionale tutto sommato ancora integro.

L’unicità dell’ecosistema Torino

Queste risorse, singolarmente, non garantiscono a Torino un posizionamento distintivo a livello internazionale, ma insieme e opportunamente combinate possono costituire un ecosistema difficilmente riproducibile in molte altre città. È all’intersezione tra nuova impresa a impatto sociale, capacità tecnologica e finanza specializzata che risiede un’opportunità di posizionamento distintivo, quel posizionamento che troppe volte la città ha invano cercato, in totale mancanza di autocoscienza delle proprie forze, su ipotesi più generaliste e tradizionali.

La riflessione politica sulla capacità del nostro sistema socioeconomico di generare nuove traiettorie di sviluppo è quasi sempre collassata su una vuota invocazione delle proprietà taumaturgiche della ricerca, dell’innovazione e della tecnologia. La superficialità di tale riflessione, tipicamente ispirata alla mera replica da modelli novecenteschi importati dalla Silicon Valley, in contesti nei quali le condizioni abilitanti per il successo di tali modelli mancavano completamente, ha generato disillusione, rabbia e una lacerazione insanabile tra la società e la narrativa politica dell’innovazione.

Riconnettere ricerca, innovazione e grandi reti sociali è una concreta ipotesi di sviluppo, ma anche un modo per restituire credibilità e legittimità a un’opzione di crescita basata sulla tecnologia che, purtroppo impropriamente utilizzata, ha perso moltissima della propria popolarità e accettabilità sociale.

Tale riconnessione si realizza facendo leva su una nuova generazione di innovatori, imprenditori e investitori finanziari che – sfruttando le nuove opportunità tecnologiche – sappiano coniugare la capacità di produrre intenzionalmente impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative.

Mario Calderini (Milano, 1966) è professore ordinario presso la School of Management del Politecnico di Milano, dove insegna Strategia d’impresa e Social Innovation. È direttore dell’Alta Scuola Politecnica e vicepresidente della Fondazione Politecnico. È direttore di Tiresia, il Centro di ricerca sulla finanza e l’innovazione sociale della School of Management del Politecnico di Milano. Fino al 2013 ha insegnato al Politecnico di Torino. PhD in Economia presso l’Università di Manchester, più volte consigliere del ministro per la Ricerca e l’Innovazione, ha contribuito a promuovere l’agenda per l’innovazione sociale in Italia, avviando la prima consultazione pubblica del settore. Dopo aver rappresentato il Governo italiano nella Task Force G7 sull’Impact Investing, ha fatto parte del gruppo consultivo del Governo che ha redatto la Riforma del Terzo Settore e successivamente è stato membro della Task Force del Governo per gli investimenti a impatto sociale. È nell’Advisory Board di Unicredit Italia e nel consiglio direttivo di Nesta Italia.

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