Un pomeriggio tra Piano regolatore, appunti e mobilità

Resilienza, una nuova parola chiave.

Ho letto un articolo che cercava di applicare all’urbanistica la definizione di resilienza. Raccontava che la capacità di progettare il futuro vuol dire non tanto o non solo prevedere in anticipo il cambiamento, quanto più saper disporre un sistema di condizioni e di regole che quel cambiamento (se e quando avverrà) siano capaci di leggerlo, vagliarlo e assecondarlo.

18Nov '18

Un pomeriggio tra Piano regolatore, appunti e mobilità

Come sarà Torino nel 2050? Ore 16.30 di un pomeriggio come tanti. Sono ferma ad aspettare un autobus in via Po, direzione Porta Susa. Una pioggia d’autunno avvolge, umida, una decina di persone in attesa. Alzo lo sguardo, osservo i palazzi di fronte. Lo abbasso, sul porfido, lucido di pioggia. In mano il cellulare. In tasca, la tessera smart di Gtt. In cloud, un biglietto del treno. E nella testa, alcune domande.

Una buca nell’asfalto crea una pozzanghera. Sull’acqua si riflettono le case di fronte. Uno studente passa in sella a una bicicletta affittata. Le gomme scivolano sul bagnato.

Ma fra trent’anni, ci muoveremo ancora così in questa città? I mezzi di trasporto saranno tutti in condivisione? Acquisteremo corse in “taxi” su automobili a guida assistita? Le nostre case saranno dipinte con pitture mangia smog e non consumeranno più risorse dell’ambiente? La nostra aria (anche quella indoor) sarà pulita? Vivremo in condomini sempre più simili ad alberghi, dove tutti i servizi sono a portata di reception? Come si trasformerà la richiesta di infrastrutture e servizi e quali saranno i nuovi bisogni di una società che vive una distanza sempre più incolmabile fra i giovani e il resto del mondo? Parleremo di una Torino individuale? O collettiva?

Passa un autobus. Arriva, dietro, il tram 13. Frena. Sferraglia. Straripa di passeggeri. Non si riesce ad entrare: tutti spingono, cerchiamo di stare pigiati. Qualcuno si lamenta.

«Bisogna saper vivere in una metropoli. O se ne accettano le regole o niente» sbotta, con saccenza, un ragazzotto.

Un signore anziano tiene per mano il nipote: fatica a proteggerlo dalla calca. Un’altra signora, mezza età, replica: «forse bisognerebbe sapere già alla fermata in quali condizioni di affollamento arriverà l’autobus. Perché se uno ha fretta, l’unica soluzione è pigiarsi o scegliere in anticipo un mezzo alternativo». In effetti, è proprio così. Non sempre c’è tempo di aspettare la corsa successiva.

Ma forse una vera metropoli è in realtà una micropoli, come mi ha fatto notare l’altro giorno un ricercatore di Nomisma? Un luogo grande che risponde a piccoli bisogni? Forse le grandi opere sono anche la somma collettiva di interventi piccoli e puntuali?

Piazza Castello, via Pietro Micca. Dentro l’autobus non si respira. Scendo, cerco un’auto in affitto.
Non la trovo. Guardo l’ora: il treno parte in mezz’ora… vado a piedi. E respiro smog. L’aria è pessima, pesante. Intanto, continuo a incessante a pormi domande. Ma smart city che cosa significa? È solo una questione di tecnologia? Io vorrei vivere – credo – in un contesto dove qualcuno si prende cura di me. Sa mappare, prevenire e risolvere i miei bisogni. Micro o macro che siano.

Arrivo a Porta Susa. Passo davanti alla vecchia stazione e guardo dritto davanti. Il nuovo tunnel di vetro e metallo. Sullo sfondo il grattacielo. Nel bene o nel male, questa è stata una visione.

Il piano regolatore di Torino di Gregotti-Cagnardi negli anni Novanta aveva disegnato una riconversione: le torri, la riconnessione del tessuto urbano con il Passante ferroviario, i viali delle Spine e lo sviluppo di Parco Dora.

Qualcosa era già stato avviato prima e qualcosa ha rischiato di restare semplicemente sulla carta, come accade in tante città.

Poi sono arrivate le Olimpiadi e i soldi per trasformare 1 milione di metri quadri in pochissimi anni.

L’occasione si è innestata sulla visione: le regole c’erano, è bastato seguirle. Cambiare ha significato seguire un percorso già “sincronizzato”. Dove tutto era sistema.

Mi guardo meglio intorno. Piazza XVIII Dicembre è però il desolante simbolo di una trasformazione che è rimasta a metà. Qui, ad esempio, è mancato il riuso rapido e smart dell’esistente: mancanza di capitali e troppa burocrazia? Ma è davvero e solo così? O forse al grande pensiero non è seguito un altro grande pensiero? Eppure Torino (io lo so, perché l’ho scritto) è stata un caso studio in Italia. La città delle grandi opere, dei parchi urbani e del primo piano strategico, a cui ne sono seguiti altri due.

La città che ha recuperato la manifattura urbana e che per prima ha iniziato a trasferire gli standard edilizi da un quartiere a un altro quartiere, secondo un principio di compensazione che è finito, credo, sui libri delle università.

Salgo sul treno. Prendo in mano il telefonino, apro l’app di un giornale. Si parla del Tav, verso Lione. Di dibattito, di opportunità. Italo parte. In pochi minuti sfrecciamo a 300 chilometri all’ora. Forse poco, se confrontato ad altri Paesi al mondo. Ma, intanto, questo è un servizio smart. Perché in una manciata di ore, alle cinque del pomeriggio, potrò andare a Milano, seguire un incontro e tornare indietro in serata.

Scorro le pagine, mi casca l’occhio su un articolo. È giù basso, in fondo alla pagina. Racconta che il Comune ha affidato al Politecnico un lavoro di revisione del nuovo piano regolatore. Ma non era questa la vera notizia di oggi? Che cosa sta pensando chi ha il compito di progettare il mio domani? Cercherò di approfondirlo, appena potrò.

Una visione. Un nuovo Piano regolatore. Regole per il rilancio di un territorio. Davvero tutto si può immaginare?

Mi torna alla mente un appunto che ho scritto su un foglio qualche giorno fa. Ho letto un articolo che cercava di applicare all’urbanistica la definizione di resilienza. Raccontava che la capacità di progettare il futuro vuol dire non tanto o non solo prevedere in anticipo il cambiamento, quanto più saper disporre un sistema di condizioni e di regole che quel cambiamento (se e quando avverrà) siano capaci di leggerlo, vagliarlo e assecondarlo. Orientando la società. Definendo il nostro domani. Resilienza. Forse questa è una nuova parola chiave. Arrivo a Milano. In testa, una nuova parola chiave. Ci rifletterò. Corro al mio appuntamento.

Maria Chiara Voci (Torino 1973) giornalista professionista, da 15 anni si occupa di edilizia, architettura e urbanistica, energia, trasporti, casa e condominio. Appassionata (e affascinata) dall’evoluzione del settore e dalle opportunità di crescita e sviluppo della filiera, dal 2004 collabora con Il Sole 24 Ore e in particolare con le testate dedicate alla casa e alle infrastrutture. Nel 2013 ha fondato a Torino il service giornalistico Spazi Inclusi, che raggruppa in network un team di colleghi e professionisti della comunicazione e sviluppa contenuti multimediali per l’editoria.

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